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La biodiversità delle api

Non sapevamo ancora quali relazioni ci siano tra la risorsa biodiversità e la risorsa impollinatori fino a qualche giorno fa, quando Rachael Winfree e i suoi collaboratori della Rutgers, State University of New Jersey, non hanno pubblicato i risultati del loro studio

Micron - Si sa, tra i capitali della natura più importanti c’è la biodiversità. Che dobbiamo intendere sia come numero di specie viventi sia come relazioni tra queste specie. Sappiamo anche che tra i servizi della natura più utili all’uomo ci sono quelli resi dagli insetti impollinatori. Senza di loro gran parte della nostra agricoltura subirebbe danni irreparabili. Si calcola che le api fanno aumentare del 75% almeno la produttività dei raccolti. E tuttavia non sapevamo ancora quali relazioni ci siano tra la risorsa biodiversità e la risorsa impollinatori fino a qualche giorno fa, quando Rachael Winfree e i suoi collaboratori della Rutgers, State University of New Jersey, non hanno pubblicato sulla rivista Science l’articolo Species turnover promotes the importance of bee diversity for crop pollination at regional scales: il turnover delle specie lancia sul tavolo di questa questione l’importanza della diversità delle specie di api per l’impollinazione dei raccolti a scala regionale. L’articolo costituisce una doppia novità nello studio dell’impollinazione: di metodo e di contenuto. La novità del metodo è presto detta. Finora gli studi sperimentali erano stati condotti in ambienti piccoli e artificiali. Dove il numero delle specie di impollinatori e l’abbondanza di individui di ciascuna specie erano scelte in maniera casuale. Una condizione molto diversa da quella che si ha nell’ambiente reale, dove il numero di specie e l’abbondanza di individui di ciascuna specie non sono affatto casuali. Ci sono stati, è vero, esperimenti anche in campo aperto. Ma in ambienti piuttosto ristretti che avevano dato risultati pressoché univoci: ciò che sembrava importante era l’abbondanza della specie dominante, mentre la presenza di individui di altre specie di impollinatori sembrava del tutto marginale. Risultato pratico: molti ritenevano che allevare api da miele in abbondanza era una condizione sufficiente per assicurare il “servizio dell’ecosistema” che chiamiamo impollinazione in un’ampia zona. Rachael Winfree e i suoi collaboratori hanno realizzato un’osservazione affatto diversa: ad ampia scala, su un territorio vasto 3.000 chilometri quadrati. Ottenendo un risultato affatto diverso: a garantire il “servizio ecosistemico” a larga scala – quali l’impollinazione, la produzione di biomassa, il ciclo dei nutrienti – non è l’abbondanza di una specie dominante, ma la biodiversità delle specie di api. La conclusione è che, rispetto agli esperimenti in aree limitate, il numero di specie di api necessarie ad assicurare i servizi naturali a larga scala è di almeno dieci volte superiore. Un risultato molto importante, per realizzare una nuova “ecologia dell’impollinazione”. Il motivo è molto semplice. L’allevamento delle api da miele tende a privilegiare l’abbondanza di poche specie impollinatrici. Ma il combinato disposto di pesticidi, malattie, cambiamenti del clima e degli habitat sta portando in America settentrionale e in Europa a una rapida diminuzione di questi nostri preziosi animali. E così come successe in Irlanda nel XIX secolo, quando una singola malattia, la peronospora, fece ammalare la gran parte delle patate coltivate in un’unica specie, determinando una tragica carestia che dimezzò la popolazione dell’isola uccidendo due milioni di persone e altrettante costringendone a emigrare, oggi l’aver puntato su poche specie di impollinatori produttori di miele sta mettendo a repentaglio il sistema di riproduzione delle piante sia nei campi coltivati che negli ambienti selvaggi. Ma, come ricorda Claire Kermen, ecologo in forza alla University of California di Berkeley, con un commento su Science, in natura esistono almeno 20.000 specie di api, di cui una frazione notevole, compresa tra il 12 e il 14%, è impollinatrice. Dunque, a grana grossa, vi sono almeno 2.500 specie di api capace di svolgere la funzione dell’impollinazione. Ebbene, il lavoro di Winfree e colleghi ha dimostrato che anche in natura esistono localmente specie dominanti, le quali assicurano la gran parte del trasporto del polline in un’area relativamente ristretta. E tuttavia il gruppo di ricercatori ha verificato cosa è necessario in aree larghe per superare le soglie del 25%, 50% e 75% del polline trasportato. I risultati sono stati chiari. Per raggiungere la soglia del 50% di polline trasportato in un’area ristretta, magari intorno a un allevamento di api da miele, bastano, in media, 5,5 specie diverse di api. Ma se si guarda ai 3.000 chilometri posti sotto osservazione, di specie necessarie ne occorrono dieci volte tanto: almeno 55. E per raggiungere il 75% del polline trasportato, occorre la quasi totalità delle specie presenti nella grande area. Per la pollinazione, dunque, c’è bisogno di biodiversità. Il motivo è presto detto: più specie, ciascuna con una piccola o grande specializzazione, garantiscono una maggiore copertura delle piante da impollinare. Ma la conseguenza, per noi umani, è rilevante. La presenza di più specie garantisce il turnover. Se una specie dominante scompare per una qualsiasi causa, la maggiore biodiversità assicura una più alta probabilità che essa venga sostituita e che il ciclo dell’impollinazione vada avanti in maniera pressoché indisturbata. Se la specie è troppo dominante, fino a essere l’unica sul territorio, una sua crisi si risolve in una catastrofe. Morale: assicuriamo la biodiversità delle api sul territorio e forse sconfiggeremo i guasti ecologici prodotto dalla sparizione delle api da miele.  Qui potete leggere l'articolo originale di Rivistamicron.it.